giovedì, 26 aprile 2007,03:13
Gli ho parlato di te tutta la serata, mentre i suoi occhi affondavano nella mia scollatura. Cazzo, mi manchi, non potevo non parlare di te. Pensarti, mi fa sentirti vicino. Gli ho parlato dei regali che ti ho fatto, di tutte le e-mail che ti ho scritto e di come le abbia rilegate. Delle foto aggiunte, dei dolci lasciati sul tuo tavolo, prima di partire, impacchettati, insieme alla cartolina. Dei film che ti ho regalato insieme ai libri, che scelgo con cura. Di come anni fa le nostre strade si siano incrociate e di come si siano bruscamente divise. Di me che dopo quattro anni di silenzio, sono arrivata con la mia valigia, sotto casa tua, a Parigi.
Non mi credevi. Faceva freddo, ma non tanto, ero partita più per l’idea del viaggio che per l’idea di te. Stretta nel mio cappotto nero, immobile davanti ad una fermata della metro. “Non ti muovere, subito arrivo”. Le tue parole, mentre ti attendevo, così come si attende un treno di cui non conosci né la destinazione, né le fermate intermedie, si sa solo che ti porterà in qualche luogo. Ci siamo salutati velocemente, fritti dall’imbarazzo, con gli occhi che cercavano punti di rifugio. Hai preso la mia valigia ed abbiamo attraversato la strada, per approdare di fronte ad un portone. La tua eleganza, è sempre la stessa, hai i gesti regali. Hai digitato un numero sul citofono, invitandomi a memorizzarlo, l’ho scritto sul telefonino, meccanicamente, felice di scaricare la tensione del momento sui tasti del cellulare. Un ascensore rumoroso, un viaggio lungo sei piani, in cui i minuti si dilatano, mi hai chiesto perché ero lì, io non lo sapevo ancora. O forse nemmeno adesso lo so. Chiave nella toppa, porta che si apre, casa piccola-casa ansiogena-casa claustrofobica. “L’appartamento come vedi, è minuscolo, ti dovrai un po’ adattare”. Ho provato un senso di disagio, come se fossi entrata in una cella, per rimanerci anni. Il giorno dopo la stessa casa mi è apparsa accogliente e familiare come una carezza data dalla mamma al suo bambino. Siamo entrati nella tua stanza, il viaggio del mio trolley è finito sulla tua moquette. “Posso sistemare gli abiti da qualche parte?”. “Ho tutti i cassetti pieni, mi sa…”. “Ok”:ho risposto, ingoiando a fatica le mie stesse parole, poi ho tirato fuori il libro di poesie di tuo nonno con la dedica, libro che mi avevi dato anni fa e che non avevi più ripreso , forse come una sorta di pegno. Te l’ho portato a Parigi, nella tua casa minuscola e disorganizzata, l’ho conservato tutto questo tempo con cura , trasferendolo nelle mie varie librerie. Te l’ho portato a Parigi , tre le tue cose confuse, tra gli oggetti così estranei. Hai sorriso, con quel sorriso disarmante, quel sorriso lesivo più di un’arma da fuoco, che perfora il cuore da ambo i lati. L’hai sfogliato ed hai detto che eri felice che il libro fosse tornato da te ,proprio in questo tuo periodo, così particolare. Poi ti sei alzato di scatto, quasi come se avessi voluto ammazzare qualche pensiero triste, ti sei avvicinato e mi hai detto “il tuo profumo, hai ancora lo stesso identico profumo”. Ho controbattuto che non era vero, negli anni ho cambiato marca. “La tua pelle, mi riferisco al profumo della tua pelle”. Ti ho adorato in quel momento. Totalmente. Con lo stomaco, con la testa, con il cuore, col basso ventre.
Mi manchi cazzo, sono le tre del mattino e non riesco a dormire e ti vorrei abbracciare e stringere così forte da perdere le linee di separazione tra il tuo ed il mio corpo . E fare l’amore, selvaggiamente, per appagare istinti primordiali, per consumare la notte, fino all’alba, fino alla luce, fino alla vita. Per consumare te, per consumare noi e questa smania che si è appiccicata addosso e mi condanna come una ferita che sanguina e punge e pulsa.
lunedì, 23 aprile 2007,23:00
Ho fatto un bagno di folla, ho sofferto il freddo, le ore interminabili di una notte che sembrava non finire mai, desiderare l’alba, la luce, il calore, desiderare i propri oggetti, i propri cari che ti avvolgono in un abbraccio.
Ti ho sentito lontano, troppo lontano. Incomunicabilità emotiva. La peggiore. Ci dovrebbe sempre essere una corrispondenza silenziosa. In assenza totale di parole. Un toccarsi delle anime. Misterioso.
Incessante.
Il mio tendere alla gratuità è una dote oggettiva, ma non sono dedita alle svendite personali. Forse è una questione di tempistica. Abbiamo sbagliato per la seconda volta il quando.
Forse è una questione di noia, che mi ha avvolto come edera rampicante.
Forse troppe domande. Le spengo allora ed accendo la notte e la sua quiete.
Forse.
martedì, 17 aprile 2007,22:15
Un’ora e mezzo di parole, che sembra quasi che vogliano rincorrere le mie, ma risultano un po’ vane. Il problema sono io? Il problema è questo mio corpo procace unito ad una mente iperattiva, una vita troppo spesso bulimica, che non permette quasi mai di avere una lente giusta di lettura ?Il problema è il tuo lavoro? La tua ambizione, che crea deserto tra i sentimenti , le strade che ti infliggi, non come un percorso , ma come una via crucis. Non ti fidi di te? Di me? Del mondo? Degli ormoni che a Primavera zampillano? Di questa immensa lontananza che condisci con pensieri maldestri? Delle tua visione da girone dantesco delle donne, capaci di tarparti prima o poi le ali? Di spegnerti? Sono così stanca, è questo forse ora il problema, le lotte, prevedono una resa ed io ho bisogno di bivaccare sul prato.
[anche se il desiderio che più aleggia da queste parti, è vederti arrivare in veste di soccorritore su quel prato, ma è un miraggio, tu non puoi nemmeno portarmi i vivere, tu sei senza scorte ed aspetti che accorra io in tuo aiuto]
domenica, 15 aprile 2007,03:29
Ho la bocca impastata di vino.
Abbiamo bevuto e ballato e riso ed improvvisato scenette da sexycommedia.
Con l’amico seduto al mio fianco che un po’ si propone ed un tanto si ritrae, che mi chiede di legarmi i capelli perché gli piaccio aggressiva, che mi guarda un tantino geloso mentre io faccio baldoria e sembro la reginetta del sorriso, ma ti penso. Leggo un suo messaggio appena arrivato e ti penso.
Tu, sei lontano, lontanissimo 1657 km , li ho appena calcolati su viamichelin, la tua casetta piccola e disordinata. La nostra intimità. Avrei bisogno proprio della nostra intimità stanotte. Quando si spengono le luci del mondo e rientriamo tra le pareti amiche, camminando sui nostri oggetti, ci liberiamo degli abiti pieni di fumo e degli odori estranei. Tu togli subito le lentine e metti gli occhiali, mentre io scendo dai tacchi, rimuovo trucco ed orpelli e spalmo la crema sul viso fresco ed igenuo, intanto commentiamo la serata. Ho detto sempre qualcosa che ti ha dato fastidio, sei maledettamente permaloso, metti nelle tasche le mie frasi inopportune e poi me le tiri fuori a fine serata. Mi fa sorridere, mi giustifico, ma spesso mi arrampico solo sugli specchi. Lo sai che sono fatta così. Un tantino malfidata anche, ora sei tu che devi giustificarti. La casa è fredda ed io inizio a raffreddarmi, da buon dottore te ne accorgi subito, così prima che tu mi faccia la ramanzina mi infilo sotto le dieci coperte, ed affagottata come una sottiletta in un panino, mi viene quasi quasi la claustrofobia , ma tu sei un freddoloso, guai a toglierti una anche sola coperta. Così soccombo. Arrivi , sempre per ultimo, ti intabarri anche tu e si spegne l’ultima luce. Vicini, così vicini, respiriamo la stessa aria, mentre ci riempiamo ancora di parole, di racconti, di ricordi, dolci e teneri come una ninna nanna, fin quando l’ultima voce s’addormenta. Buona notte.
sabato, 14 aprile 2007,13:48
Il sabato, lo aspetti tutta una settimana intera e quando arriva è così carico di aspettative da risultare inappagante.
L’ex mi aspetta ad una riunione politica, questo pensiero mi annoia, strano come in poco tempo si rivoluzionino le bramosie.
Alcune persone sono incapaci di ricevere amore nell’attimo giusto.
Sono capacissime invece di decadere.
Io non so dimenticare, ma so perdonare perché in fondo conosco la pochezza del genere umano.
Credo che questo faccia impazzire gli uomini, l’ex dolce ed amica nonostante tutto.
Sembra quasi che stia lì per essere riconquistata, ma non riesci a capire quale sia la strada da intraprendere, lei sta bluffando, non può esserti amica così disinteressata, così priva di atavici rancori, recita magistralmente. È sicuro.
Abbattuto questo maldestro pensiero, incomincia ad accendersi quella lucina intuitiva che ti fa comprendere di aver totalmente perso l’altra persona e lo svanire di quel senso di appartenenza, per antropologiche motivazioni, ti fa ripartire all’ espugnazione di quello che reputi ancora tuo territorio.
Consuetudine.
Noiosa prassi stucchevole.
Oggi pomeriggio nella sua perfetta orazione, potrà anche guardare la mia sedia vuota e ricordare come un tempo l’occupavo.
venerdì, 13 aprile 2007,15:04
Smania tentatrice.
Voglio accoltellare questa morsa nel petto.
Voglio pensare che sia possibile, anche se sei così lontano.
L’ex che ritorna quando ormai è sepolcreto proclamato, con tanto di epitaffio.
Un classico? O forse una condanna?
Quando ormai sono lontana, cercano sempre di riafferrarmi, mi chiedo dove fossero mentre mi accingevo a voltare le spalle…
Pensavano stessi bluffando?
Pensavano che dal Paradiso all’Inferno, ci fosse un Purgatorio nel mezzo?
Non conosco le mezze misure e non sono addomesticabile.
venerdì, 13 aprile 2007,10:55
Ho un po’ di noia ansiogena,mentre diligente consumo la mia mattinata.
C’è un’infinità di sole fuori la finestra, fra un po’ mi immergerò nella bolgia umana, ho bisogno di recuperare un po’ di sguardi. Di sentirmi consumata.
Lui mi manca e mi chiedo se mi manchi davvero lui ,o la sua idea, l’idea di quel che sarà, delle emozioni stipate e pigiate che hanno voglia di liberarsi.
Non so se fare un paio di telefonate, per sentirmi di appartenere a qualcosa, anche solo al mio nome che appare sul display.
Rimango inerme invece, faccio scivolare solo le mani sulla tastiera e respiro pensieri confusi.